"O la borsa o la vita!"
Una storia di brigantaggio di cento e più anni fa

Quanto racconterò di seguito è un evento realmente accaduto. L'aspetto forse più curioso di tutta la faccenda consiste nel fatto che, a distanza di oltre un secolo, i due discendenti di altrettanti protagonisti si sono incontrati in modo del tutto casuale e si sono raccontati a vicenda l'episodio tramandato dai loro rispettivi avi: i fatti descritti dall'uno e dall'altro, sebbene da punti di vista diversi, corrispondevano quasi alla lettera!

Luigi Bartolotti
(1830 - 1905)

Nella seconda metà dell'800, a Cavola, il palazzo padronale situato lungo la strada che da Zocca conduce a Montalbano, viveva in condizioni di agiatezza la famiglia Bartolotti, discendente per linea femminile dai Pianacci, l'antico casato che aveva posseduto, ampliato e modificato la villa per tutto il XVII e il XVIII secolo.
Luigi Bartolotti era un "signorotto" di campagna che, come i suoi avi, poteva ancora permettersi di vivere con le rendite delle sue terre. Nato nel 1830, aveva studiato a Bologna nell'epoca della Restaurazione, presso il prestigioso collegio San Luigi, che aveva riaperto i battenti sin dal 1816, dopo l'unificazione avvenuta alla fine del '700 con il collegio San Francesco, in precedenza riservato alla nobiltà bolognese.
Per il figlio Antonio, invece, il padre aveva preferito il Collegio Ungarelli più laico del San Luigi, in quanto proprio a causa della formazione ricevuta in quest'ultimo, retto dai Padri Barnabiti, e forse anche per altre vicende familiari, il giovane Luigi aveva sviluppato un forte spirito anticlericale.
Dopo il collegio, Antonio prosegui gli studi all'Università di Bologna e si laureò in Legge nel 1894. Suo padre avrebbe voluto che la famiglia continuasse a vivere di rendita, come si conveniva ai possidenti del loro rango, ma Antonio aveva intuito che i tempi stavano cambiando, anche a seguito delle riforme introdotte in quegli anni dal giovane Regno d'Italia e dal progressivo aumento della pressione fiscale. Capì che, per poter mantenere a un buon livello il decoro e il prestigio della famiglia, occorreva rimboccarsi le maniche e lavorare. Fu così che, nonostante lo scetticismo del padre, si avviò alla professione di notaio.
A cavallo tra l'800 e il '900, tra le altre incombenze pubbliche, i notai di paese svolgevano un'importante funzione fiduciaria: incassavano gli effetti postali con cui i numerosissimi emigrati dalle nostre montagne inviavano i loro sudati risparmi alle rispettive famiglie. L'incasso doveva essere effettuato in città e quindi il notaio trasportava il denaro al paese e provvedeva alla sua distribuzione ai relativi destinatari.
L'avv. Antonio Bartolotti godeva della fiducia di tutti e non si sottraeva a questa incombenza. Tra l'altro era solito frequentare Modena con una certa assiduità, in quanto da qualche tempo si interessava attivamente di politica ed era stato designato Grande Elettore del Frignano. Aveva perciò allacciato amicizie con alcuni modenesi illustri, tra i quali l'avvocato Marco Antonio Vicini, che in epoca fascista sarebbe divenuto Senatore, ma che in quegli anni d'inizio secolo nutriva sentimenti liberali e svolgeva già attività politica.
L'episodio di vero e proprio brigantaggio, di cui rimasero vittime l'avv. Bartolotti e soprattutto il suo cocchiere, tale Valerio, ebbe luogo proprio in questo contesto.
Una sera, forse della tarda primavera, al crepuscolo, la carrozza del notaio, un landeau con le due capote a mantice abbassate, percorreva la strada che da Vignola sale a Guiglia, condotta dal servitore Valerio. All'epoca quei tornanti erano attorniati da una fitta boscaglia, le case sparse erano poche e rade, i viandanti a piedi o a cavallo ancor più rari, soprattutto a quell'ora, dopo il tramonto, in cui le ombre iniziavano ad infittirsi e a contrastarle rimaneva solo la debole luce dei fanali della carrozza.

L'avv. Antonio Bartolotti (1865 - 1950)
con la figlia Beatrice e la consorte
 

Il landeau procedeva lentamente perché la pariglia di cavalli stava affrontando un lungo tratto in salita, quando, d'improvviso, il notaio avvertì un frusciare di foglie e un forte scalpiccio tra la sterpaglia alla sua sinistra. Istintivamente si voltò verso il lato da cui proveniva quel rumore inaspettato e in quell'esatto momento i suoi sensi furono aggrediti e storditi dalla luce violenta e fugace di una fiammata e da un gran botto: uno sparo da breve distanza, indubbiamente diretto contro la sua persona, visto che la pallottola, sfiorandogli di striscio la testa, gli asportò un piccolo frammento del padiglione auricolare sinistro!
Rendendosi subito conto della situazione, Valerio gli gridò immediatamente: «Avvocato, avvocato!Salti giù, scappi, scappi!». Antonio non se lo fece dire due volte, con la testa grondante di sangue, ma forse senza nemmeno rendersi conto della ferita, balzò giù dalla carrozza in movimento e si tuffò di corsa nella boscaglia sul lato opposto rispetto a quello da cui era partito lo sparo. Si può immaginare che corresse a perdifiato, stringendo sotto il braccio la cartella con i documenti e i denari prelevati in città, alla ricerca di un luogo sicuro o di qualcuno a cui chiedere aiuto.
Le emozioni non erano però ancora finite: dietro di sé udì Valerio spronare al galoppo i cavalli, un vociare confuso e altri due spari…
Arrivò infine ad un'abitazione di contadini. La porta era aperta, il lume ad olio, acceso, appeso ad un gancio infisso nel muro a fianco della porta. Antonio chiamò una volta , due, ma nulla. La paura di essere finito proprio nella tana del lupo, gli attanagliò la bocca dello stomaco. Gridò ancora e finalmente comparve qualcuno, seguito a breve distanza da un giovane. I due contadini, padre e figlio, si avvidero subito delle condizioni del notaio, che grondava sangue dall'orecchio ferito. Con l'aiuto della rèzdora di casa, gli fasciarono la testa, in modo da contenere l'emorragia e lo rinfrancarono con un buon bicchiere di vino.

Cavola, l'antica residenza
della famiglia Bartolotti

Ripreso il controllo della situazione, Antonio consultò l'orologio da tasca. Non è noto che ora fosse in quel momento, ma i due contadini dissero al notaio che poco tempo dopo la diligenza per Zocca avrebbe effettuato la sua fermata alla vicina osteria della Torre, località che oggi si trova in Comune di Savignano sul Panaro.
Sì, il luogo esiste ancora ed ospita una trattoria che ha ripreso l'antico nome: "Osteria Vecchia Torre" (www.osteriavecchiatorre.com/Home.htm). Allora, come spesso capitava, oltre all'osteria vi era una stazione di posta per il cambio dei cavalli.
Antonio fu accompagnato a piedi alla Torre, ma giunti innanzi all'ingresso dell'osteria, un tuffo al cuore assalì il gentiluomo: la sua carrozza era lì, innanzi alla porta d'ingresso, i due cavalli col capo chino brucavano svogliatamente qualche filo d'erba a terra. Dall'interno del locale filtrava una luce relativamente intensa che lasciava intravedere la presenza di un certo numero di persone, tutte assembrate intorno ad un punto.
Il notaio corse dentro col cuore in gola, si fece largo tra i presenti che parlavano a bassa voce e finalmente vide. Vide Valerio morente, disteso su un tavolaccio dell'osteria. Era stato colpito alla schiena da quegli spari che egli aveva udito durante la fuga a piedi.
E qui il racconto si fa quasi leggenda, pur trattandosi della narrazione fatta più e più volte dal protagonista di questa storia alla sua prediletta figlia Beatrice.
Il notaio si avvicinò al suo cocchiere e questi con un filo di voce trovò la forza di rivelargli il seguito della triste vicenda. Era stato raggiunto dai suoi carnefici che gli avevano intimato il terribile «O la borsa o la vita!». Valerio, ormai ferito a morte, gli avrebbe risposto con una frase che in famiglia è stata tramandata di generazione in generazione ed è divenuta celebre: «la borsa non ce l'ho e la vita me l'avete già presa!».

Subito dopo Valerio spirò sul tavolaccio dell'osteria della Torre.

Epilogo
Il mondo è piccolo … nel tempo, oltre che nello spazio

Nonostante il fotografo abbia ritoccato l'immagine, è possibile notare la riduzione del padiglione auricolare causata dalla ferita

La ferita dell'avv. Bartolotti non era grave e guarì in fretta, ma in qualche rara fotografia si nota ancora la cicatrice all'orecchio sinistro.
Il segno più profondo, però, l'episodio lo lasciò nell'animo del notaio. Non si conobbero mai né gli autori, né il vero movente dell'attentato. Si trattò davvero di un tentativo di rapina oppure, come molti allora asserirono con convinzione, il vero motivo del tentato omicidio del notaio andava ricercato nel suo impegno politico?
In ogni caso, col passare dei decenni e anche a seguito dei grandi sconvolgimenti prodotti dalle due guerre mondiali, la memoria pubblica del fattaccio svanì e gli accadimenti descritti finirono per trasformarsi in una di quelle "piccole leggende", che fanno parte della tradizione orale di ogni famiglia che abbia a cuore la memoria della propria storia.
Tuttavia, solitamente questi racconti, mano mano che passano di bocca in bocca, finiscono per essere progressivamente stravolti e travisati a seguito dell'aggiunta continua di particolari di fantasia; alla fine la loro narrazione, anziché risultare più interessante e stimolante, diviene assai poco verosimile e perde del tutto il suo contenuto di verità storica.
Ebbene, in questo caso pare esista una prova ulteriore che i fatti si siano svolti esattamente nel modo descritto.
Nel Giugno 2006 mi sono recato alla festicciola di fine anno presso la scuola elementare frequentata da mio figlio Luigi. In quell'occasione ebbi modo di avvicinare un signore sulla settantina, incuriosito dal fatto che facesse uso di un palmare con funzioni telefoniche molto evoluto e sofisticato, identico a quello che anch'io avevo acquistato da poco.
Iniziammo subito a chiacchierare di diavolerie tecnologiche, ma fummo interrotti dalla figlia, a sua volta madre di un compagno di classe del mio Luigi. La signora mi presentò suo padre, precisando che era originario di Zocca e che ci teneva particolarmente a fare la mia conoscenza, in quanto aveva conosciuto anche mio nonno, l'Avv. Antonio Bartolotti.
Sin qui nulla di particolare, se non fosse che nel parlarmi dei suoi ricordi d'infanzia mi disse che conosceva benissimo Cavola, perché suo nonno era stato per molti anni al servizio del mio, con funzioni di maggiordomo e di cocchiere!
No, l'avo di questo signore incontrato e conosciuto per caso non era Valerio, ma un altro servitore a cui Valerio inconsapevolmente e involontariamente aveva salvato la vita, perché quella sera la carrozza l'avrebbe dovuta condurre proprio lui, come faceva di solito. Il caso volle che quel giorno il cocchiere abituale di casa Bartolotti fosse stato colpito da un malanno e che l'avv. Antonio, all'ultimo momento, avesse deciso di sostituirlo con il povero Valerio.

Per il resto il racconto dell'aggressione e dell'assassinio coincideva anche nei dettagli con quanto già avevo appreso in famiglia da alcune anziani parenti…